“Da lunedì ricomincio.” Quante volte ce lo siamo detti? Da lunedì andrò in palestra. Da lunedì mangerò meglio. Da lunedì leggerò di più. Da lunedì sarò più paziente. Poi arriva il lunedì. Partiamo con entusiasmo. Dopo qualche giorno, però, qualcosa si inceppa e lentamente torniamo alle vecchie abitudini. A quel punto il dialogo interiore è quasi sempre lo stesso: “Mi manca la costanza.” “Non ho abbastanza forza di volontà.” “Non sono fatto per cambiare.” E se il problema non fossi tu?
Per molti anni ci è stato insegnato che cambiare dipende soprattutto dalla motivazione. Più siamo motivati, più sarà facile raggiungere i nostri obiettivi. È un’idea rassicurante, ma la realtà è molto più complessa. La motivazione cambia continuamente. Ci sono giorni in cui ci sentiamo pieni di energia e altri in cui anche il compito più semplice sembra richiedere uno sforzo enorme. Se affidiamo il cambiamento esclusivamente alla motivazione, stiamo costruendo la nostra casa su fondamenta instabili.
Ma se il problema non fosse la motivazione? Questa è la domanda da cui parte BJ Fogg, ricercatore della Stanford University e autore di Tiny Habits, uno dei libri più interessanti degli ultimi anni sul cambiamento comportamentale. La sua tesi è semplice ma rivoluzionaria: Le persone non falliscono perché mancano di motivazione. Falliscono perché progettano male il cambiamento. Quando l’ho letta ho pensato immediatamente a tante persone incontrate nei percorsi di coaching. Persone intelligenti. Competenti. Profondamente motivate. Eppure bloccate. Non perché mancasse loro il desiderio di cambiare, ma perché avevano scelto un punto di partenza troppo grande.
Avere obiettivi è importante. Ci danno una direzione. Il problema nasce quando trasformiamo subito quell’obiettivo in un comportamento troppo impegnativo e chiediamo a noi stessi più disciplina, più sacrificio, più autocontrollo. Pensiamo che, per ottenere un risultato significativo, servano necessariamente azioni straordinarie. In realtà accade spesso il contrario. Più un cambiamento è grande, più il nostro cervello lo percepisce come faticoso, a volte pericoloso, e va in protezione. E quando qualcosa appare troppo difficile, tendiamo naturalmente a rimandarlo.
Nel coaching ho imparato che una domanda può cambiare completamente la prospettiva. Anziché chiedere: “Quanto sei motivato?” provo a chiedere: “Come potresti rendere questo comportamento un po’ più semplice?” È una domanda apparentemente banale. In realtà apre possibilità nuove. Perché sposta l’attenzione dal giudizio alla progettazione. Non stiamo più cercando di cambiare noi stessi, non siamo sbagliati. Stiamo cercando di progettare meglio il comportamento.
Questa, per me, è la vera rivoluzione del metodo di Fogg. Quando qualcosa non funziona, non serve giudicarsi. Serve osservare. Che cosa ha reso difficile quel comportamento? Era troppo impegnativo? Richiedeva troppo tempo? Era inserito nel momento sbagliato della giornata? Ogni risposta diventa un’informazione preziosa. Il fallimento smette di essere una sentenza e diventa un feedback.
Uno dei concetti più interessanti del libro riguarda il ruolo delle emozioni. Per anni abbiamo pensato che fossero la ripetizione o la disciplina a creare nuove abitudini. Secondo Fogg, invece, è l’emozione positiva associata a un comportamento a consolidarlo nel cervello. Per questo insiste sull’importanza di celebrare ogni piccolo successo. Non è un dettaglio. Il nostro cervello ama ornare dove è stato bene, quindi gratificarlo dopo aver raggiunto un successo, anche piccolo, facilita questo processo. È il meccanismo che alimenta fiducia, autoefficacia e desiderio di continuare. Le grandi trasformazioni non nascono da imprese straordinarie. Nascono da tante piccole vittorie quotidiane.
Uno dei principi che porto nei percorsi BELIVE è che il cambiamento non nasce dalla pressione, ma dalla consapevolezza. Leggendo Tiny Habits ho trovato molte conferme di ciò che sperimento quotidianamente nei percorsi di coaching. Le persone cambiano più facilmente quando smettono di combattere contro sé stesse e iniziano a costruire piccoli comportamenti coerenti con la persona che desiderano diventare. Prima di chiedere alle persone di fare di più, cerco di aiutarle a capire dove stanno investendo le proprie energie e quale sia il primo passo realmente sostenibile. Per questo, nel Metodo BELIVE, il cambiamento non è mai una rincorsa alla perfezione. È un percorso fatto di intenzionalità, consapevolezza e piccoli passi. Perché ogni nuova identità nasce sempre da un comportamento ripetuto. Mai da una semplice intenzione. Non esistono cambiamenti duraturi costruiti contro sé stessi. Esistono cambiamenti che rispettano i nostri tempi, la nostra storia e la persona che desideriamo diventare.
Ti lascio con una domanda. Qual è quel cambiamento che continui a rimandare perché ti sembra troppo grande? E se oggi non dovessi completarlo, ma semplicemente progettare il primo passo? Forse il segreto non è trovare più motivazione. Forse il segreto è iniziare con qualcosa di così piccolo da non poter trovare una scusa per non farlo. È proprio da lì che cominciano i cambiamenti destinati a durare. Con un’azione così semplice da poter essere compiuta… oggi.
Happiness: work in progress
Federica Ferrante